Testo di Sara Bellariva Foto IOREC
In Terra di Leuca, a sud di Tricase, troviamo il piccolo comune di Tiggiano che, ergendosi sulla serra, attraversa il fitto Bosco Le Chiuse e degrada verso il mare Adriatico, scrutato dalla sua fortificazione costiera, la cinquecentesca Torre Nasparo.
In questo caratteristico borgo di origine medievale si celebra, per ben due volte, in estate e in inverno, la festa di Sant’Ippazio di Gangra, patrono di Tiggiano e di nessun altro paese in Italia. Un culto ortodosso portato dai monaci basiliani e che oggi si festeggia a fine luglio e ogni 19 gennaio, data in cui nel XVII secolo giunsero in paese le reliquie del Santo.
Tra pochi giorni quindi i tiggianesi torneranno a inneggiare il loro “Santu Pati”, cominciando la mattina con la tradizionale fiera del bestiame e dei prodotti agricoli e proseguendo nel pomeriggio con la solenne processione. Questa è aperta dalla “prova dell’erezione”: l’uomo che si è aggiudicato l’asta, versando la maggiore somma di denaro in favore del Santo, ha il compito di portare “lu stannarddhru”, il grande stendardo composto da un drappo rosso che avvolge un’asta lunga 7 metri, sormontata da una pigna di ghisa di cinque chili. Questo dev’essere issato, poi imbracciato e, in parallelo alla strada, trasportato dal sagrato della chiesa di Sant’ippazio alla chiesa della Madonna Assunta dove dovrà essere innalzato con strappo deciso. Un tragitto di circa cento metri da percorrere non a passo lento, come in un normale corteo ma, al contrario, di corsa! Questa impegnativa prova di virilità, consuetudine che secondo alcuni sarebbe una rivisitazione pagana dei riti di fertilità sostenuti durante il capodanno contadino, testimonia il ruolo di Sant’Ippazio, riconosciuto dai fedeli non solo come propiziatore del buon raccolto, ma anche come protettore della fertilità maschile e dell’ernia inguinale, capace di concedere la grazia e guarire da problemi di fertilità o di impotenza. Per questo motivo ancora oggi molte madri del posto sono solite portare al suo altare i nascituri maschi, chiedendo per loro protezione e una sana vita sessuale, mentre alcune mogli chiedono l’intercessione strofinando un fazzoletto sulla statua lignea per poi passarlo di notte tra le gambe del marito con disfunzioni sessuali. Le stesse “pestanache”, varietà di carote dolci giallo-viola coltivate nel territorio circostante, alle quali viene dedicata una vera e propria sagra, secondo la tradizione devono essere acquistate insieme a due grosse “scìscele” (giuggiole), componendo una sorta di quadro allegorico che allude ai genitali maschili e allo stesso tempo valorizza i prodotti locali.
Per tanti anni, trattandosi della prima fiera dell’anno durante la quale venivano stabiliti i prezzi di compravendita del bestiame e dei prodotti, assumeva un valore ancora più profondo per il mondo rurale, in quanto segnava l’avvio delle lavorazioni per il raccolto con le conseguenti stipule dei contratti agrari.
Proprio quest’anno, dopo tanto tempo, la festa di Sant’Ippazio torna ad essere accompagnata dal Capodanno contadino, storico appuntamento scandito da festeggiamenti, ricchi banchetti, riti propiziatori e augurali per una buona annata e che oggi celebra l’identità di questi luoghi, offrendo ai visitatori il meglio dell’enogastronomia locale.
I braceri monumentali, i palloni aerostatici devozionali, lo spettacolo pirotecnico e la musica saranno la colorata e gioiosa cornice di questa tradizione antica profondamente legata alla terra che, unendo sacro e profano, ha scritto e continua a scrivere la storia di un’intera comunità.
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