Dentro il legno di alcune delle querce più vecchie d’Italia — alcune sfiorano il millennio — era nascosta una storia che nessuno aveva ancora saputo leggere. Una storia di morte e rinascita: il crollo demografico causato dalla Peste Nera della metà del XIV secolo ha innescato una rigenerazione massiccia e rapida delle foreste mediterranee, lasciando un’impronta ancora visibile nella struttura di boschi che oggi sopravvivono sull’Isola di Montecristo e nel Massiccio dell’Aspromonte. È quanto emerge da uno studio appena pubblicato su PNAS (Proceedings of the National Academy of Sciences), frutto di una collaborazione internazionale tra l’Università della Tuscia, l’Università di Bologna, il Xishuangbanna Tropical Botanical Garden (Cina) e — per la parte di datazione — il CEDAD (Centro di Fisica Applicata, Datazione e Diagnostica) del Dipartimento di Matematica e Fisica “Ennio De Giorgi” dell’Università del Salento.
I dati rivelano un picco sincronizzato di insediamento forestale a partire dall’inizio del 1400: esattamente i decenni successivi alla grande epidemia, quando il crollo di pastorizia, agricoltura e taglio del legname restituì alle foreste il territorio che l’uomo aveva occupato.
Determinare l’età di alberi così antichi non è banale: i tronchi sono spesso cavi, degradati, privi di anelli leggibili. I metodi dendrocronologici tradizionali non bastano. Il CEDAD ha superato l’ostacolo con la radiodatazione ad altissima precisione su microscopici frammenti di legno interno — una tecnica in cui il laboratorio leccese è oggi riconosciuto come eccellenza assoluta a livello mondiale.
«La mole di dati raccolta in contesti ambientali così differenti, combinata con solidi modelli statistici, ha permesso risultati eccezionali – spiega Gianluca Quarta, professore ordinario di Fisica Applicata all’Università del Salento e co-autore dello studio -. Tra i risultati più sorprendenti: i lecci sempreverdi di Montecristo – prosegue Quarta – hanno raggiunto quasi 950 anni di età, superando di due secoli le stime di longevità massima finora note per le specie mediterranee». E il diametro del tronco, contrariamente all’intuizione comune, non è un indicatore affidabile di età: gli esemplari più longevi sono spesso quelli cresciuti più lentamente, in ambienti impervi e rocciosi.
Tutto questo è stato possibile anche grazie al nuovo acceleratore di particelle per la datazione al radiocarbonio recentemente installato presso il CEDAD. «Questo traguardo è il coronamento di una strategia di forte potenziamento infrastrutturale – dichiara il professor Lucio Calcagnile, direttore del CEDAD e co-autore dello studio – sostenuta da importanti finanziamenti regionali, nazionali e internazionali, tra cui il progetto PRP@CERIC-ERIC e il progetto MICHAEL della Regione Puglia».
Un contributo fondamentale alla tutela dei siti e all’accesso agli esemplari è stato garantito dai Carabinieri Forestali, che gestiscono le riserve in cui questi alberi straordinari si trovano.
In un’epoca segnata dai cambiamenti climatici e dalla perdita di biodiversità, lo studio offre un dato scientifico incoraggiante: quando la pressione umana si allenta, gli ecosistemi forestali sanno rigenerarsi e lo fanno con una rapidità che sorprende.


















