di Claudia Forcignanò
La morte di Giulia Cecchettin, l’ennesima vittima di femminicidio, e le parole della sorella Elena, che allo strazio ha reagito con dignità e lucidità, hanno scosso la Nazione. Così, in vista del 25 novembre, data in cui si celebra la Giornata Internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, le manifestazioni in programma hanno assunto una connotazione differente rispetto agli anni precedenti. Si respira una nuova consapevolezza, mista alla rabbia nata dal senso di impotenza e alla voglia di fare rumore, molto rumore.
A fronte di chi, nonostante i 106 femminicidi avvenuti in Italia dall’inizio dell’anno a oggi (una donna ogni 3 giorni), continua a portare avanti una narrazione negazionista, su ogni versante, comprese le università e gli istituti scolastici, c’è una presa di posizione netta che fa dello studio, della ricerca sociale e del confronto su basi scientifiche, il suo punto di forza.
Alla citazione che in questi giorni è diventata il manifesto della lotta al femminicidio “Se domani sono io, se domani non torno, distruggi tutto”, estratta da una poesia di Cristina Torres Cáceres, si affiancano incontri come quello tenutosi oggi, presso il MUSA – Museo Storico-Archeologico UniSalento di Lecce, dal titolo “Fra piramidi e spirali: linguaggi, genere, inclusività”, organizzato dai Dipartimenti di Scienze Giuridiche e di Scienze Umane e Sociali dell’Università del Salento, nel complesso Studium 2000 (via di Valesio angolo v.le S. Nicola, Lecce).
Al centro del seminario, la “piramide della violenza di genere” e gli aspetti storici, sociali e psicologici legati alle spirali di violenza che oggi come ieri, trascinano a fondo la società segregandola in una condizione in cui il divario tra uomini e donne non trova la giusta via per essere superato.
Emblema e termometro di questa situazione, come è emerso nel corso degli interventi, è la comunicazione quotidiana e mediatica, da cui si evince tuttora un’incapacità oggettiva di allontanarsi degli stereotipi, dai pregiudizi e da un linguaggio sessista. Sono tutti segnali di allarme che non possono essere sottovalutati e preannunciano abusi verbali, psicologici, fisici ai danni delle donne e che, come la cronaca insegna, sfociano in tragedie.
L’incontro è stato introdotto e moderato da Francesca Lamberti docente di Diritto romano e Maurizia Pierri docente di Diritto costituzionale comparato dell’Università del Salento.
In una location che racconta il passato, quale appunto è il MUSA, come ha sottolineato la direttrice del museo Grazia Maria Signore, è importante non dimenticare il costante dialogo con il presente e la necessità di riflettere sulle cause culturali della violenza di genere.
Eliana Augusti, presidente del corso di laurea in Governance euromediterranea delle politiche migratorie e responsabile Scientifico della “Scuola Civica” di UniSalento, ha aperto la via per una nuova forma di lotta attiva che traghetti tutti, a partire dalle vecchie generazioni, fuori da una condizione in cui siamo talmente immersi, da non riuscire a vedere le infinite vie di fuga che abbiamo a disposizione.
Tonia Erriquez, presidente dell’Associazione Angeli di Quartiere, a proposito di linguistica e utilizzo saggio delle parole, ne ha scelta una di fronte alla quale inevitabilmente tutti ci troviamo, cioè il “no”, utilizzato nella vita privata, e sempre più spesso dalle pubbliche istituzioni, che in una nuova ottica di emancipazione, deve diventare uno stimolo ad andare oltre il tentativo di silenziare e immobilizzare ogni forma di iniziativa. Un appello all’utilizzo di un linguaggio empatico e diversificato in base alle situazioni, è arrivato anche da Roberta Braj, responsabile della formazione di Officina delle Idee, che ha ricordato quanto sia utile adeguare, il proprio tono di voce alle persone che si hanno di fronte, che spesso si trovano in una situazione di difficoltà che non riescono ad esprimere.
Il linguaggio d’altronde, ha la facoltà rappresentare il mondo e di conseguenza i pensieri che poi vengono trasmessi e assorbiti come pratiche comunicative, per questo non è possibile correre il rischio di banalizzare la questione della disparità di genere ad una mera scelta di formazione del femminile o del maschile. Lo ha esposto con chiarezza magistrale Maria Vittoria dell’Anna, docente di Linguistica italiana, che non si è limitata ad un’analisi della terminologia, ma ha spiegato che utilizzare ad esempio il femminile per indicare determinati ruoli, soprattutto a livelli apicali, significa riconoscere la presenza della donna all’interno di quella situazione, poiché dietro alla questione morfologica c’è la conferma di una rappresentazione del mondo che può essere così riprodotta innescando una serie di buone pratiche. Nella narrazione dei fatti inoltre, come ha detto il giornalista de Lorenzo Zito, non bisogna mai perdere di vista l’oggettività, ma soprattutto la ricerca della verità in contrasto con fake news, incitamento all’odio e alla violenza, campi questi in cui i giornalisti hanno una grande responsabilità deontologica e morale. Per questo motivo è necessario coltivate la cultura della lettura, informazione e del confronto che apre al dialogo come strumento di crescita.
Illuminante infine l’intervento di Alida Summa, psicologa e psicoterapeuta che partendo dagli arbori della formazione dei conflitti, ha ricostruito passo dopo passo le dinamiche che si celano dietro alla violenza all’interno delle relazioni.
Il percorso da fare è ancora lungo, tortuoso e tutto in salita. Alla base c’è una cultura machista e patriarcale, ma dalla cultura nascono le più importanti rivoluzioni.



















