Turismo lento e memoria locale. Crispiano attraverso gli occhi di Alessia e Zelda

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Ph Antonio Conserva

In un mondo che corre al ritmo della tecnologia, in cui la velocità e il virtuale sovrastano l’esperienza reale, la tornanza è quella molla che ci ricorda che il turismo può essere anche un’esplorazione intima delle proprie radici, una celebrazione dell’identità locale e una scoperta consapevole dei tesori rurali che costituiscono l’anima di una comunità.

Ce lo insegna Crispiano, con l’esperienza di due giovanissime neolaureate che hanno dedicato la propria tesi alla loro città d’origine mettendo in luce non solo la bellezza dei luoghi, ma anche tutto quello che ruota attorno ad essi. Due prospettive sul medesimo territorio: esperienze immersive nella natura e nei cammini, simbolo del turismo lento e valore delle radici e della memoria collettiva che legano le persone al luogo.

Integrando marketing territoriale, storie personali e la ricchezza culturale e naturale di Crispiano, le giovani autrici evidenziano come il ritorno a casa non sia solo un viaggio, ma un’esperienza significativa che rafforza il legame tra persone e territorio.

Alessia Rodio, 22 anni, una laurea triennale conseguita alla Sapienza di Roma, con tesi intitolata “Il Cammino come risposta al turismo di massa. Il caso della Rotta dei due Mari”, è uno splendido mix tra la freschezza tipica dei vent’anni, l’amore per la propria terra e la voglia di creare qualcosa di importante per la sua terra.

«Questo lavoro mi ha permesso di guardare Crispiano con occhi nuovi – racconta -. Concentrandomi sui Cammini e sul turismo slow, ho scoperto strade e sentieri che ho capito di conoscere solo superficialmente, come il Bosco delle Pianelle. Partire dalla mia esperienza personale mi ha fatto apprezzare dettagli e scorci spesso poco noti, valorizzando le radici, la cultura locale e il paesaggio. Ogni passo si è trasformato in una piccola scoperta, ogni camino in un viaggio interiore, per chi visita il territorio e per chi lo vive».

La seconda tesi, a firma di Zelda Palazzo, laureata in Cinema, anche lei a Roma, si concentra invece sulla dimensione della memoria. Attraverso il cortometraggio “Allucesc e scuresc”, che unisce antichi filmati custoditi nella Mediateca Comunale e nuove interviste a parenti e amici, Zelda costruisce un racconto corale in cui le voci di genitori, zii, nonni e persino di una bisnonna di 106 anni scandiscono il tempo, restituendo la continuità tra passato e presente. «La mia tesi – ci spiega – nasce da una domanda semplice e universale: che cosa rimane di noi quando il tempo passa? Parlo del tempo come attesa, come flusso che ci costruisce e allo stesso tempo ci consuma. Ma questo percorso, prima di essere teorico, è profondamente personale: parte dalla mia memoria, che comincia a Crispiano, un paese in cui il tempo scorre in modo diverso. Non è un luogo speciale in sé, ma lo diventano i ricordi che vi ho depositato: le strade grigie circondate dal verde, le masserie bianche immerse negli ulivi, le chiesette rurali, e soprattutto le storie delle persone che lo hanno abitato e lo abitano ancora. Anche la mia bisnonna Comasia, nata nel 1919 insieme al paese, mi ha insegnato che la memoria è ciò che resiste quando tutto il resto svanisce: oggi ha dimenticato i volti del presente, ma ricorda perfettamente la sua infanzia di un secolo fa. La memoria è l’unico luogo in cui il tempo non può cancellare tutto. È lì che custodiamo ciò che amiamo, ciò che abbiamo perduto e ciò che ci ha formati. Per me questa tesi è un modo per raccogliere queste memorie prima che si dissolvano: un piccolo atto di resistenza contro lo scorrere del tempo. Un modo per dare forma ai luoghi e alle persone che mi hanno costruita».

Per il sindaco, Luca Lopomo, in questo tipo di approccio la ricerca diventa strumento di crescita collettiva.

«Le tesi di Alessia e Zelda – commenta – mostrano che Crispiano non è soltanto un luogo da visitare, ma un territorio da vivere e raccontare. Da un lato, il turismo lento come alternativa sostenibile; dall’altro, la memoria familiare e comunitaria come radice identitaria. Insieme, questi due sguardi restituiscono l’immagine di un territorio che può diventare un laboratorio di cultura, turismo e memoria».