Il ritorno del lupo nel Salento: tra realtà, paure e tutela ambientale

0
Foto di Alessandro Barbieri

Negli ultimi anni, la presenza del lupo nel Salento è tornata a far discutere. Avvistamenti, notizie e timori si intrecciano con la curiosità e l’interesse per un animale simbolico, spesso vittima di leggende e false convinzioni. Per comprendere meglio il fenomeno, abbiamo raccolto le risposte di Francesco Cozzoli, biologo CNR – IRET e responsabile scientifico Hic Sunt Lupi, che ha chiarito numeri, rischi e opportunità legate al ritorno del predatore più affascinante d’Italia.

Il lupo è sempre esistito nel Salento ma negli ultimi anni è tornato in maniera numericamente più consistente. In realtà è un fenomeno che riguarda tutto il territorio italiano: da cosa è dipeso questo ritorno? L’aumento del numero di lupi in Italia va sicuramente legato alla moderna legislazione ambientale ed ai programmi di contrasto del bracconaggio implementati dagli anni ’70 ad oggi, a partire dalla pionieristica “Operazione San Francesco”. Inoltre, l’abbandono delle campagne e delle zone montuose ha contribuito a restituire habitat a questo animale. Tuttavia, bisogna fare attenzione a non ingigantire il fenomeno: in tutta Italia ci sono solo circa 3.500 lupi secondo l’ultimo censimento ISPRA. Per quanto delle criticità esistano, specialmente per il settore zootecnico, l’allarmismo su questo punto è quindi spesso “gonfiato” per ragioni mediatiche e politiche.

Attualmente quanti esemplari sono presenti in Puglia e nel territorio salentino in particolare? Fornire un esatto valore numerico è difficile, in quanto la popolazione è ridotta e soggetta ad elevate fluttuazioni. Uno studio recente riporta la presenza di circa 10 coppie riproduttive nelle province di Brindisi e Lecce, ma bisogna considerare l’altissima mortalità, spesso derivante da investimenti stradali o altre cause umane. In generale, si può dire che includendo i cuccioli nella conta il numero di lupi è più elevato subito dopo la stagione riproduttiva (maggio) e diminuisce repentinamente durante l’anno.

“Il lupo cattivo” delle favole non esiste. Come si può cancellare questa falsa convinzione? Solo con una profonda conoscenza scientifica, ovviamente, in quanto la eventuale pericolosità di un animale per l’uomo va sempre valutata con attenzione, anche se suggerita da semplici leggende. L’immagine del “lupo cattivo” deriva da una profonda tradizione culturale, radicata nei bestiari medioevali, nei quali il lupo era identificato come simbolo del male in quanto predatore dell’agnello, a sua volta simbolo delle virtù d’innocenza e purezza. Per quanto non si voglia cancellare questo affascinante retaggio culturale, al giorno d’oggi abbiamo la conoscenza necessaria per distinguere il simbolo tradizionale del lupo dalla realtà. Di fatto, le statistiche ci dicono che il lupo non è assolutamente da considerarsi come un animale pericoloso per l’uomo, specialmente dove, come in Italia, la rabbia canina è stata debellata. Per fare il confronto, in Italia non si è mai registrato alcun decesso da attacco di lupo e pochissimi casi di attacco, mentre i cani provocano circa 70.000 aggressioni all’anno, con una media di circa 190 al giorno, di cui circa 10 causano la morte, metà delle quali bambini. Vale la pena leggere uno degli studi più completi sull’argomento, appena pubblicato sulla rivista Current Biology, che mostra chiaramente quanto il lupo e le sue prede siano molto spaventate dall’uomo e tendano ad evitarlo.

La presenza del lupo può invece essere pericolosa per la sopravvivenza della fauna locale come ad esempio tassi, lepri e altre specie? Ad esempio, la presenza di cinghiali è calata sensibilmente. Vi sono differenti ragioni per le quali questa preoccupazione, molto umana e comprensibile, non si applica al funzionamento degli ecosistemi. Sicuramente il lupo può predare e/o competere con tassi e lepri (anche se raramente) mentre i cinghiali sono tra le sue prede preferite. Tuttavia, la natura è un sistema complesso, il funzionamento del quale non dipende solo dalla presenza e abbondanza delle singole specie, ma dalla loro interazione che viene plasmata nel tempo dai processi evolutivi. In genere non accade che un predatore faccia estinguere le sue prede, poiché si estinguerebbe egli stesso. Al contrario, la mancanza dei predatori può portare le prede ad andare in sovrannumero e generare una crisi demografica più nociva della predazione stessa. Il caso dei cinghiali è emblematico. Stiamo spesso assistendo ad esplosioni repentine e incontrollate della popolazione di questi animali su tutto il territorio nazionale, che spesso portano a devastazioni del sottobosco e dei coltivi, a esaurire le risorse per le generazioni successive e a pericolose zoonosi, come la peste suina. Questi fenomeni, estremamente dannosi per gli uomini, gli ecosistemi e per i cinghiali stessi, sono legati anche alla mancanza di predatori che controllino la densità delle popolazioni e rimuovano gli individui vecchi e/o malati. Per fare un esempio locale, il WWF Italia riporta che nella riserva naturale delle Cesine, il controllo della popolazione di suidi selvatici da parte dei lupi sta portando enormi benefici all’integrità del sottobosco e facilita la sopravvivenza di altre specie come le orchidee selvatiche.

Mentre sussiste un reale problema per gli animali domestici, spesso predati anche all’interno di abitazioni private scavalcando recinzioni che superano i due metri di altezza. Dipende da cosa si intende per problema “reale”. Il fatto che una recinzione superi i due metri non vuol dire che non possa essere scavalcata, se non è realizzata propriamente. Ad esempio, basta una cassetta dell’elettricità addossata al muro e non solo il lupo ma anche un qualsiasi ragazzino potrebbe scavalcare facilmente. Al contrario, il lupo non è sicuramente in grado di forzare una porta o un box, o di scavalcare un recinto ben fatto. La stragrande maggioranza dei casi di predazione su animali d’affezione avvenuti in Salento derivano, di fatto, dalla errata abitudine di non ricoverare al sicuro i propri animali durante la notte o, peggio ancora, di lasciare gli animali vaganti, in violazione della normativa vigente.

Può essere un valore aggiunto per il territorio e quanto può aiutare dal punto di vista della tutela ambientale? Sicuramente sì. Il lupo è un animale totemico, in grado di catalizzare attenzione per l’intero ecosistema. Inoltre, per le sue caratteristiche di animale predatore e spazzino, spesso può fungere da vera e propria sentinella ambientale. Ad esempio, la presenza di lupi nei pressi dei centri abitati del Salento spesso rivela la cattiva gestione dei rifiuti o, peggio ancora, lo smaltimento illegale di scarti di macellazione.

Infine, può essere auspicabile l’aumento delle zone protette e magari la reintroduzione di animali che hanno fatto parte di questi luoghi come cervi, daini e cerbiatti? L’aumento di queste zone è non solo auspicabile, ma previsto dalle politiche europee come il Green Deal. L’aumento delle aree naturali è infatti molto importante per differenti processi ecosistemici fondamentali per noi umani, come il controllo del clima e dell’acqua. Non bisogna però sottovalutare il fatto che questa strategia non sarà facile da applicare in un ambiente altamente antropizzato, con habitat naturali frammentati, come il Salento.