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Addio a Tonino Guarino, gentiluomo sognatore che ha dato voce ai ricordi

Con la scomparsa di Tonino Guarino, il Salento perde una delle sue figure più rappresentative. Uomo di cultura e instancabile custode della memoria, ha attraversato oltre un secolo di storia lasciando un’eredità fatta di lavoro, impegno civile e amore per la propria terra.

Avvocato di formazione, agricoltore per vocazione e architetto per passione, Guarino coltivava anche un raffinato talento per il disegno, tra mobili, complementi d’arredo, manifesti e caricature. Curioso, elegante nei modi e nel pensiero, ha vissuto sempre con discrezione, ponendo al centro la famiglia e il legame con l’amata Vituccia, compagna di una vita.

Fino agli ultimi anni ha continuato a raccontare il Salento della ricostruzione, dei campi, dei tabacchifici e delle amicizie che hanno segnato il suo lungo cammino. Amava ripetere, con la semplicità che lo contraddistingueva, di essere felice soprattutto per non aver fatto del male a nessuno.

Il suo lascito più prezioso resta il museo della lavorazione del tabacco di Campi Salentina. Nato dalla volontà di sottrarre all’oblio documenti, fotografie, registri e strumenti di lavoro, è soprattutto un tributo alle centinaia di donne che nei tabacchifici trovarono dignità, autonomia e riscatto. Un progetto condiviso con la figlia Maria Novella, che ha contribuito a trasformare quella raccolta in un luogo aperto alla comunità, oggi punto di riferimento per la memoria storica del territorio.

Per ricordare quest’uomo straordinario, riproponiamo l’intervista realizzata da Fabiana Pacella nel 2021 per il numero invernale di Salento Review. Una firma raffinata, capace di cogliere con sensibilità l’anima delle persone e dei luoghi. Un dialogo che oggi assume il valore di una preziosa testimonianza della sua vita e del suo instancabile impegno nella tutela della memoria del Salento.

Di Fabiana Pacella – Foto di Massimo Centonze – Salento Review, dicembre 2021
S’era come arruffato in un angolo nascosto della fabbrica, tra cianfrusaglie di fatiche andate e caricature affastellate nei corridoi di casa. Era per lui, di fatto, che c’eravamo trovati lì, io e Massimo (Centonze, ndr), armati di penna e fotocamera, nel cuore storico di Campi Salentina.
Ma Tonino Guarino si stava acchitando ancora, come si conviene a un signore d’altri tempi, uso ad accogliere con tutti i crismi dell’ospitalità di quaggiù, chi bussa alla sua porta.
Portone. Superato il quale pare di sentire profumi e tramestii e vita viva della fabbrica del tabacco che Maria Novella, figlia di Tonino, insieme a Swapmuseum, ha trasformato in un museo del ricordo, riordinando attorno a tavolacci, mensole e a un grande camino che ci si poteva sedere sotto, arnesi da lavoro, foto, foglie stese di Xanti Yaca e libretti rilasciati dal Ministero delle Corporazioni a “fanciulle e donne minorenni” operaie del tabacco.
Ed eccolo lui, Tonino, sbucare di soppiatto, giacca morbida di lana, foulard a mo’ di plastron, passo felpato, capelli d’argento e sguardo come il mare aperto, pronto a fotografare emozioni in ogni istante e restituirle sotto forma di ricordo. Lui, prossimo ai 99 anni, e quel luogo, nato di fatto insieme a lui, sono due rette secanti, attorcigliate in più punti. La fabbrica nata per volontà di suo padre Giuseppe negli anni Venti, è il luogo fisico di questa storia. Lui, coetaneo, ne è il narratore instancabile. Ché l’ha usmata e vissuta da bimbetto, poi da studente di giurisprudenza fuori sede negli anni ‘40 e ancora da professionista tornato per restare, da architetto d’elezione, da canuto cantastorie prossimo ai venti lustri.
«C’era il Monopolio per la lavorazione dei tabacchi – inizia il suo racconto -, eravamo nell’immediato dopoguerra, dopo il primo conflitto mondiale. Crisi piena, vigneti distrutti, voglia di ricominciare. Per questo i terreni pietrosi e magri, specie quelli del Salento, furono utilizzati dalle autorità dell’epoca, per la coltivazione di tabacco e cereali attraverso il sistema delle concessioni. Chi si voleva dedicare alla lavorazione del tabacco doveva chiedere l’autorizzazione. Mio padre tornato dal fronte, chiese e ottenne quella concessione insieme ad altri due, la società poi si sciolse e papà divenne unico concessionario».
Al posto di stalle e carrozze, tini di vino e otri di olio, vennero foglie brune e tiraletti (telai in legno su cui venivano appese le “corde di tabacco”), cento, forse centocinquanta operaie ragazzine ma anche settantenni, la guardia del Monopolio, un operaio tuttofare e la mescia che teneva tutto e tutti insieme, d’umori e di fatica.
In quel frusciare di gonnelloni e grembiuli non mancavano facezie e arguzie.
«Beh, mi piaceva guardare le ragazze, eh! – ridacchia Tonino -. Quando uscivano da lavoro c’era un momento piccante che ancora ricordo…si tiravano su la gonna per stirarsi gli elastici sulle calze ed era un bel vedere e poi, quando si imballava il tabacco nelle casse occorreva comprimerlo e i pesi spesso non bastavano. Per cui le ragazze più giovani ci salivano sopra e facevano un po’ le belle statuine, una gioia per gli occhi pur a metri e metri di distanza !!!».
Sei una gioia Tonino, lo sai?
Su ‘ngraziatu? Ah, beh, menumale!
E se gli dai corda allora parte come un treno, pur girando adagio e mani in tasca, tra rasùle, capaselle, misurini per l’olio, stoppelli, estintori inglesi anni ’20 e foto sbiadite. Ricordi leziosi e cuore che batte.
«La vedi questa donna in foto? È Anselmina Zacheo mi ha tenuto in braccio bambino, era la capo operaia, mamma di Egidio Zacheo che sarebbe diventato sindaco di Campi. E la storia delle “cinque sordi” non la vuoi sapere?».
Di’, Tonino, facci viaggiare con te.
«Tra le operaie, ricordo, c’era una ragazza di una bellezza straripate che non sembrava figura nostrana. All’epoca le ragazze erano pagnottelle, questa no. Magra, alta, fine. Il soprannome, suo e della madre, era Cinque Sordi. Quando nel ‘43 sono venuti gli americani la videro e la battezzarono Five Pennies».
Ride di gusto e volta lo sguardo malupino. Solo se nomini la Vituccia sua (la moglie, amore di una vita, ndr) un po’ gli si colorano le guance e si schernisce. Cambia registro, riannoda i fili della storia di un Paese che s’intrecciano alla sua personale e svalanga ricordi, tra cui quello di mamma Maria Starace, sorella del gerarca fascista Achille. Il suo ritorno da Roma – dove aveva aperto uno studio legale – a causa della scomparsa prematura del padre, l’amore per l’agricoltura e la matita che lo portò a creare schizzi e caricature di cui lo studio e l’anti studio di casa sono zeppi, fino a mobili e complementi d’arredo che lo vollero architetto in pectore.
«Sì, dopo la legge e l’agricoltura son diventato anche architetto. Chiamato da amici, parenti a disegnare mobilio e altro».
M’accorgo che rapita dalla loquela gentile non sono più nel museo ma nelle stanze intime di Tonino. Tra le cose sue e solo sue, alberi genealogici, il caos calmo in cui affastella giornali e pezzi di vita che paiono almeno dieci le vite sunte in una. Che peccato dover andare via.
Tonino, ma dal medico ogni tanto ci vai per una revisione?
«Siii, ci vado ci vado. E ogni volta gli dico: senti ma da lassù un altro annetto e mezzo dici che me lo lasceranno?».

qui il link per accedere allo sfogliabile online: https://www.calameo.com/read/00602506685f9218ffd6f?page=5 

Tonino Guarino se n’è andato, ma il fruscio delle foglie di tabacco, le voci delle sue “novizie” e i ricordi che ha custodito con ostinazione continuano ad abitare quelle stanze.

È lì che il suo racconto continuerà a vivere.

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